GIANLUCA TRAMONTI - WE GOT MARRIED IN FEVER - SABATO 26 SETTEMBRE 2026
Sabato 26 settembre 2026, con orario 10 – 20 no stop, lo Studio Elisi propone: We Got Married in Fever di Gianluca Tramonti a cura di Anna Rita Chiocca e Sandro Bottari.
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| City Cloud |
Gianluca
Tramonti - We Got Married in Fever
testo di Anna Rita Chiocca
I luoghi del
contemporaneo reali e virtuali, per loro natura sono luoghi di transito e
transitorietà, spazi per comunità effimere, sedimentazione di scarti, residui e
accumuli. La realtà odierna è frammentaria e benché sia complicato confrontarsi
con essa, per un artista (come per una critica) è una necessità inevitabile.
Gianluca Tramonti
(Livorno, 1992) Laureato in Grafica dell’Arte all’Accademia di Firenze, nel
2021 ha concluso il biennio Magistrale in Arti Visive, Nuovi Linguaggi
Espressivi. Nel 2025
ha frequentato il corso di perfezionamento in Antropologia Urbana alla Bicocca
Academy, a Milano, dove ha lo studio, vive e lavora.
Attraverso un approccio
che intreccia antropologia urbana e cultura digitale - i campi di studio nei
quali si è specializzato - analizza i materiali video e le tendenze giovanili (Viral
Challenge, Devious Licks, Social Trend) circolanti online e, osserva come i comportamenti
collettivi effimeri, tracce e residui lasciati sia sul web che nello spazio
urbano si diffondano e si trasformino in linguaggi condivisi.
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| How u just walk |
Per Gianluca lo spazio
urbano e il web sono lo stesso campo d’azione. In essi si confronta con la
realtà ponendosi in posizione di osservatore. Preleva frammenti tramite
dispositivi di rilevazione e registrazione, ne indaga le dinamiche e restituisce
i gesti, i comportamenti, le pratiche in progetti grafici, installativi, video,
performance.
Tiene aperte
contemporaneamente due linee di ricerca: da una parte si concentra su superfici
marginali visibili nel contesto urbano, luoghi neutri e anonimi, strade,
arredo, nei quali si accumulano segni e residui visuali, sticker, tags, lasciti
dell’azione di individui e gruppi; dall’altra esplora lo spazio del web come
luogo di espressione collettiva, azioni spontanee di comunità effimere, sfide
tra gruppi, video, immagini sui social. Talvolta le comunità effimere agenti
sul web e nel contesto urbano coincidono.
We Got Married in Fever, per lo Studio Elisi, si configura
come urbano e si struttura come un viaggio: transito di frammenti, qualcosa
simile a quella che l’antropologo Ivan Bargna definisce “condizione diasporica
del contemporaneo”[1],
per cui niente è stabile e definitivo, tutte le culture <<abitano nel
viaggio>>[2]
e vanno comprese secondo dinamiche specifiche di residenza-spostamento.
Poiché le parole, al
pari delle figure, sono frammenti di realtà, frutto di convenzioni culturali, come
gli oggetti e le immagini transitano la realtà. We Got Married in Fever è una canzone, il cui titolo originale è Jackson, città del Mississippi o
Tenesse. Resa famosa da Jonny Cash nel 1968, racconta il viaggio di una coppia
la cui relazione è in crisi. Come tutto ciò che transita, anche We Got Married in Fever contribuisce a costruire una
memoria collettiva.
Possiamo considerarla
la prima installazione della mostra. Il primo movimento del viaggio.
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| Devious bottle, infinite puddle |
Il viaggio non è solo uno spostamento fisico, ma una condizione prolungata di transito, in cui l’identità si ridefinisce costantemente in relazione a ciò che viene lasciato e a ciò che si incontra lungo il tragitto. La trasformazione personale si affianca a quella del territorio attraversato, lo spazio intimo a quello collettivo. Il transito come attraversamento si associa così alla sedimentazione, la sovrapposizione per accumulo di tracce passate, cose, segni, parole. Osservando lo spazio urbano, il viaggio si configura come spazio di riflessione sulla sovrapposizione, stratificazione di scarti e lasciti.
Gli esseri umani percepiscono i
luoghi attraverso schemi mentali, hanno bisogno di punti di riferimento, nodi
spaziali, mappe. Negli spostamenti perdono continuamene pezzi di ciò che sono stati e acquisiscono
nuove forme di se stessi. Come umanità, le nostre sono tutte storie di viaggio
e di cambiamento.
We Got Married in Fever è determinata da tre movimenti. La
prima installazione ci
pone di fronte al rapporto tra movimento e sedimentazione su una superficie
piana, una sequenza di ripetizione come depotenziamento. La seconda è un oggetto
urbano dall’identità sospesa, un palo il cui ruolo è stabilire una
relazione tra movimento e territorio. Infine, una luce per attraversare il
centro urbano. Non un lampione come ci si aspetterebbe, ma una torcia frontale.
Contraddizione tra ciò che è stabile e instabile.
La prima installazione
è Transit, una serie di grafiche su tessuto
in vinile e PVC. Transit, logo del
furgone per antonomasia, è forma e contenuto, azione e residuo, definisce e
rappresenta l’oggetto.
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| Transit 2 |
<< (…) nasce
dall'osservazione del furgone Ford Transit come dispositivo di trasporto e
superficie mobile. Il portellone, continuamente esposto al passaggio, al
contatto e alla sedimentazione di tracce, diventa il punto di partenza per una
ricerca sulla relazione tra movimento e superficie. La scritta Transit, diventa
una sorta di elemento guida per l'intera mostra, prelevata dal veicolo e
trasformata in stencil, viene ripetuta sulla superficie attraverso colla spray
e grafite. Le successive impressioni caratterizzate da differenti intensità e
quantità di colla e grafite, producono un'immagine instabile, in cui la parola
si accumula, si sfalsa e perde progressivamente la precisione del marchio
originale. La ripetizione diventa così una forma di attraversamento e di
deposito, facendo della superficie il luogo in cui il transito lascia una
traccia.>> La
scritta si esaurisce nella ripetizione, acquisisce una nuova forma di se
stessa, entra nel cambiamento.
La seconda
installazione è un oggetto imprescindibile del paesaggio urbano. <<Il palo riprende visivamente una
struttura propria dell’infrastruttura urbana (pali di semafori o lampione con
successivi innesti di pali per coprire cavi di illuminazione). La sua
composizione di elementi saldati e accostati, mantenendo una leggera
inclinazione dell’intero corpo, restituisce una forma apparentemente funzionale
ma priva di una funzione precisa. Isolata, diventa un corpo estraneo, una
presenza sospesa tra infrastruttura e scultura. (…) >>
Collocato in posizione leggermente
obliqua, risulta instabile come il Kauwa-auwa, palo sacro della cultura Achilpa (popolazione nomade
australiana) a cui l’artista fa riferimento come senso di comunità, movimento e
instabilità. Inteso come “asse del mondo”,
è un dispositivo di
relazione tra il gruppo in movimento e lo spazio attraversato. La sua presenza impedisce
alla comunità di perdersi nel caos geografico ed esistenziale.
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| NO OUTDOOR1 |
La terza è la luce urbana. <<La torcia riprende un oggetto ordinario legato al
movimento e all’attraversamento. La luce gialla prodotta, ottenuta attraverso
l’uso di gelatine, richiama quella dei lampioni al sodio che caratterizzano
ancora molti centri storici urbani. L’oggetto porta nello spazio espositivo una
qualità luminosa riconoscibile della città, trasformando una fonte di luce
portatile in una sorta di frammento ambientale. È un oggetto destinato a essere
indossato e utilizzato durante uno spostamento, ma qui rimane fermo, appoggiato
alla parete, trasformando una funzione mobile in una presenza immobile.>>
La luce della torcia è ciò che resta uguale nel movimento tra due luoghi.
Non è la rappresentazione del viaggio è <<abitare il viaggio>>.
[1]
Ivan Bargna,
“Arte e diaspora. Transiti di esperienze, persone, immagini e oggetti”, in Arte-mondo. Storia dell’arte, storie
dell’arte a cura di Emanuela De Cecco, 2010, Postmedia books, Milano
[2] James Clifford, Strade. Viaggio e traduzione alla fine del
XX secolo, 1999, Bollati Boringhieri, Torino




